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Una visita al primo server Web

Pochi giorni fa sono stato al CERN e, fra le tante meraviglie tecnologiche di questo centro di ricerca scientifica, ho finalmente visto con i miei occhi il primo server Web della storia: la workstation NeXT usata da Tim Berners-Lee, l‘informatico che insieme a Robert Cailliau concepì presso il CERN quello che oggi chiamiamo il Web, ossia la parte di Internet strutturata in pagine contenenti testo, immagini e collegamenti ad altre pagine. Era il 1989: un’eternità di tempo fa, ai ritmi dell’informatica.

Oggi questa workstation è esposta al CERN qui in una teca sferica insieme al documento Information Management: A Proposal che Berners-Lee scrisse per proporre l’idea al suo capo, Mike Sendall, che la commentò laconicamente con tre parole visibili ancora oggi, scritte a mano, sulla stampa del documento: “Vague but exciting” (“Vago ma stimolante”).



Va ricordato che all’epoca Berners-Lee aveva pensato al Web soltanto come sistema di gestione delle informazioni interne del CERN e non come modo per organizzare tutta Internet, e che intendeva chiamare la propria creatura Mesh: solo in seguito, durante la scrittura del software per realizzarla, scelse di chiamarla World Wide Web. La parola “web” ricorre già, comunque, nel testo originale della sua proposta.

Fu proprio il CERN a ospitare la prima pagina del Web pubblico: è ancora visitabile oggi qui in una versione leggermente modificata (l’indirizzo originale era http://nxoc01.cern.ch/hypertext/WWW/TheProject.html).



Il primo server Web era un computer che nel 1989 era ai massimi livelli ma che oggi considereremmo primitivo: 8 megabyte (sì, megabyte) di RAM, 256 megabyte di disco magneto-ottico, processore a 25 MHz e disco rigido facoltativo. Il NeXT era una creatura di un altro nome celebre di Internet: Steve Jobs.
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Ti Porto la Luna 2017: sono a Houston a prendere una roccia lunare

Sono partito ieri per gli Stati Uniti con Luigi Pizzimenti, coordinatore del tour scientifico Ti porto la Luna che porterà un frammento di Luna in vari luoghi d’Italia (e non solo) per raccontare la storia delle persone che lo raccolsero e lo portarono sulla Terra. Sono con lui per accompagnarlo nel viaggio a Houston per ritirare questa roccia lunare, custodita dalla NASA, che la concede temporaneamente a Luigi.

Ovviamente andare alla NASA e chiedere un pezzo di Luna non è una passeggiata: reperti del genere non vengono concessi facilmente. Anche portarla in giro non è facile, visto il suo valore enorme (decine di milioni di dollari), Se volete leggere e vedere l’avventura di questo viaggio in tempo quasi reale (il “quasi” è dovuto a esigenze di sicurezza), seguitemi su Twitter all’account @attivissimoLIVE e seguite Luigi presso @LuigiPizzimenti.

Per tutti i dettagli del tour e per sapere come richiederne una tappa, consultate Tiportolaluna.it.
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Podcast del Disinformatico del 2017/03/17

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di ieri del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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Dietro le quinte della truffa dell’“assistenza Microsoft”

Il meccanismo della truffa della finta “assistenza Microsoft” è ben conosciuto: la vittima riceve una telefonata da qualcuno che si spaccia per un tecnico di assistenza, dice che il computer della vittima è infettato e si offre di aiutare a rimuovere l’infezione.

In realtà il truffatore convince la vittima a eseguire dei comandi che infettano il computer e consentono di prenderne il controllo da remoto oppure si fa pagare profumatamente tramite carta di credito per “rimuovere” un problema che non c’è.

Alcuni ricercatori di sicurezza della Stony Brook University hanno studiato una variante di questa truffa, nella quale le vittime incappano in siti che fanno credere che il loro computer sia infettato e vengono indotte a chiamare un numero di “assistenza tecnica” in realtà gestito da truffatori. I risultati del loro studio sono molto interessanti e includono le trascrizioni dei loro dialoghi telefonici con gli “assistenti”.

Da questa ricerca emerge che i criminali riescono a incassare in media 291 dollari da ogni vittima, e seguono un copione molto preciso e dettagliato, con finezze come i complimenti alla vittima per la qualità del suo computer, che rassicurano la vittima stessa e la predispongono a pensare che valga la pena di affrontare la spesa di “disinfezione” di un oggetto così prezioso.

I ricercatori hanno scoperto che la maggior parte dei truffatori opera dall’India (85%); gli altri stanno negli USA (10%) e, stranamente, in Costa Rica (5%). Le telefonate truffaldine viaggiano prevalentemente tramite quattro servizi VoIP (Twilio, WilTel, RingRevenue e Bandwidth), i cui costi bassissimi consentono ai gestori della truffa di accettare chiamate internazionali a proprio carico.
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Il vibratore "smart" che ti spia: We-Vibe condannata a risarcire


We-Vibe è un dispositivo “smart” un po’ particolare: è un vibratore, che si collega via Bluetooth a un telefonino ed è comandabile anche da remoto tramite un’app. Ma quando viene utilizzato, i dati di utilizzo, come la sua temperatura e l’intensità della sua vibrazione, vengono trasmessi segretamente e senza alcuna anonimizzazione (anzi, insieme all’indirizzo di mail dell’utilizzatore) all’azienda produttrice, la canadese Standard Innovation, che così può conoscere con precisione le abitudini intime dei propri clienti.

Questa spettacolare invasione della privacy è emersa grazie agli esperti del raduno informatico Def Con, a Las Vegas, che l’anno scorso hanno rivelato anche che il vibratore era comandabile a distanza da chiunque, notando che prenderne il controllo senza autorizzazione potrebbe configurare il reato di molestia sessuale. È partita un’azione legale, e ora la Standard Innovation ha accettato di risarcire ciascuno dei propri clienti fino a 10.000 dollari (canadesi) ciascuno, per un importo totale di circa 4 milioni.

Se vi serviva una dimostrazione memorabile del fatto che le aziende della cosiddetta Internet delle cose non hanno ancora capito che non devono ficcare il naso nella vita dei propri clienti e devono pensare meno disinvoltamente a come proteggere i dati intimi di chi usa i prodotti interconnessi, quella del vibratore pettegolo probabilmente è quello che stavate cercando.


Fonti: Vocativ, Sex Ed Technologies, The Guardian

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