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Gene Cernan, l’ultimo uomo sulla Luna: 1934-2017

“Io sono riuscito a camminare sulla Luna. Cos’è che non puoi fare tu?”.

Sono le ultime parole di Gene Cernan nel documentario autobiografico The Last Man on the Moon. L’ultimo uomo a camminare sulla Luna ci ha lasciati a 82 anni. Lo ha comunicato la NASA poco fa. L’annuncio della famiglia è qui.

Una vita straordinaria, dai biplani alle astronavi, vissuta con uno spirito indomabile che ha mantenuto e saputo trasmettere nei decenni successivi alle sue due missioni lunari, Apollo 10 (1969) e Apollo 17 (1972).

Gene Cernan aveva volato nello spazio per la prima volta con la capsula Gemini 9 nel 1966, diventando il secondo americano a effettuare una passeggiata spaziale. Tre anni dopo, con Apollo 10 aveva sfiorato la Luna, scendendo fino a 14.000 metri dalla sua superficie nella prova generale dell’allunaggio. Altri tre anni dopo, con Apollo 17 trascorreva tre giorni sulla Luna insieme all’unico geologo che abbia mai visitato un altro mondo, Harrison Schmitt. Fu Gene Cernan a compiere gli ultimi passi dell’umanità sulla Luna.

Di lui ricordo lo sguardo sempre penetrante, la voce potente, la narrazione trascinante, la voglia inesauribile di farti condividere un’esperienza unica. Una delle volte che l’ho incontrato, a Milano, gli ho chiesto di raccontare di quando era sulla Luna e decise, d’impulso, di tracciare nella polvere lunare le iniziali T, D, C, quelle di sua figlia. Quel segno è ancora lì, e resterà intatto probabilmente per secoli. Quella storia l’aveva raccontata mille volte, ma me l’ha regalata lo stesso con passione e intensità. Gli astronauti lunari sono così.

Dei dodici uomini che hanno camminato sulla Luna ne sono rimasti ora solo sei. È tempo di tornare.



PA: “Hai descritto molti aspetti del tuo viaggio sulla Luna, ma nel leggere la tua autobiografia The Last Man on the Moon per me spicca un dettaglio: a un certo punto scrivi qualcosa nel suolo lunare. Ce lo racconti?”

Le iniziali di questa bambina
sono sulla Luna per sempre.
Cernan: “Avevo parcheggiato il Lunar Rover [l'auto lunare] prima di ripartire, dopo poco più di tre giorni sulla Luna... ho parcheggiato il Lunar Rover. Poiché l'unica cosa controllata da Terra – tutto il resto lo facevamo noi – era la telecamera, e volevano registrare il nostro decollo. Così ho parcheggiato circa tre quarti di miglio dietro al punto in cui si trovava il modulo lunare. Sono sceso dal Rover, e... non era stato pianificato, non ho idea di cosa mi abbia preso, ma ho scritto le iniziali di mia figlia, TDC, nella sabbia: Teresa Dawn Cernan.”

Cernan: “Le sue iniziali sono là. Qualcuno mi ha chiesto quanto ci resteranno, e io ho risposto: per sempre. Non so quanto duri ‘per sempre’, ma non c'è vento e non c'è pioggia, non c'è nulla che possa  – eccetto la radiazione cosmica – che possa spazzare via quelle iniziali. Quanto a lungo resterà la bandiera? Quanto resteranno le mie impronte? Per sempre. A meno che qualcuno vada là e le cancelli.”

PA: “Allora ti consideri il primo scrittore... lunare?”

Cernan: “Non l'ho mai considerato da questo punto di vista! Sai, il mio obiettivo, in quel libro, era condividere con te le risposte a tutte le domande che so che hai, e sai tu quali sono. Volevo essere io che parlavo con te, e volevo che tu fossi là fuori con me durante la mia passeggiata spaziale di Gemini 9, a sentire quello che ho sentito io. Volevo che fossimo tu ed io sulla Luna, con lo sguardo rivolto alla Terra, in modo che tu potessi rispondere alla domanda ‘Che cosa si prova? Cos'hai pensato? Credi in Dio? Ti sei sentito più vicino a Lui?’ Questo era il mio scopo. Non so quanto mi ci sono avvicinato...”

PA: “Moltissimo.”

Cernan: “Non volevo che fosse un libro tecnico, come funziona questo o quello. Stupidate! Io volevo essere seduto qui a rispondere a tutte quelle domande insieme a te.”

PA: “Ci sei riuscito. Missione compiuta”.

Cernan: “Stanno facendo un documentario...”

PA: “Sì...” (mostrando la cartolina presa tre giorni prima in Inghilterra all'incontro con il suo collega Fred Haise).

Cernan: “Eccolo! Uscirà in primavera e ha avuto ottime recensioni fin qui.”

PA: “Sì” confermo io “sono in contatto con Stephen Slater [uno dei realizzatori del documentario]. Posso chiederti di firmare?” (gli porgo la mia copia della sua autobiografia).

Cernan: “Ottobre 2000...?”

PA: “Quattordici”.

Cernan: “Quattordici! Sai, a qualcuno devo aver scritto ‘2004’. Ho perso dieci anni di vita!”


Addio, Gene. Come dice Luigi Pizzimenti, mio amico e compagno di tanti incontri astronautici, sappiamo che un giorno dovremo parlare di te e di tutti gli esploratori lunari al passato. Ricorderemo un passato irripetibile, unico nella storia dell’umanità: quella volta che abbiamo osato, per un breve momento, allontanarci dalla culla e muovere i nostri primi passi nell'universo ostile che ci circonda.

Ricorderemo quel fugace periodo, tre soli anni, in cui dodici emissari non di un paese, ma di un pianeta, coraggiosamente raggiunsero la Luna e poi si avventurarono fra le sue valli silenti, sotto un cielo nero come il più fine dei velluti, alzando ogni tanto lo sguardo dagli esperimenti e dal lavoro scientifico per contemplare il gioiello della Terra, grande e brillantissima biglia azzurra sospesa in quel velluto. E noi, che li abbiamo conosciuti di persona, abbiamo l’onore e il dovere di tenere viva la loro memoria.
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Antibufala: i numeri italiani succhiasoldi a La Vita in Diretta “autenticati” dalla Polizia

Ho scritto per la Bufalopedia un’indagine antibufala sull’allarme riguardante dei numeri con il prefisso di Milano che causerebbero addebiti alla risposta. Anche David Puente se ne è occupato qui.

In sintesi: bufala non autenticata dalla Polizia nonostante le apparenze, non diffondetela.
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Il successo dei bufalari è anche colpa di Facebook: una proposta per rimediare

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Si fa presto a dare la colpa agli utenti pecoroni e distratti e all’analfabetismo digitale, ma secondo me c’è anche un altro fattore importante da considerare: l’inganno visivo causato da Facebook.

Quando Facebook incorpora una fonte esterna, ne rimuove tutti i segni grafici distintivi e la rende uniforme. Questa scelta grafica toglie al lettore tutti gli indicatori visivi della provenienza e della qualità di una notizia e rende molto più facile l’equivoco. Togliere questo appiattimento grafico potrebbe rendere più facile accorgersi che si sta condividendo una falsa notizia pubblicata da un sito bufalaro.

Faccio un esempio: se visitate il sito bufalaro Il Giornale italiano, che ha pubblicato la bufala (intenzionale) delle foto di Venezia ghiacciata (che ho debunkato qui sulla Bufalopedia), la sua grafica molto sommaria e poco curata salta subito all’occhio, con quella testata enorme, la foto in basso non centrata e i titoli che scorrono maldestramente nelle colonne laterali. Ha chiaramente l’aria di un sito di dilettanti.



La stessa notizia (falsa) viene vista tramite Facebook così:



Confrontatela ora con una notizia presa da un quotidiano (solitamente) non bufalaro, vista sempre tramite Facebook:



Su Facebook, la notizia del sito bufalaro e quella del Corriere della Sera vengono visualizzate nello stesso modo: tutta l’attenzione è sull’immagine, enorme, accompagnata da un titolo e da due righe di testo iniziale dell’articolo. È sparita l’impaginazione originale, non c’è più il logo del giornale in evidenza, non c’è più il font differente che caratterizza un sito rispetto a un altro, è sparito anche l’a capo che chiarisce che Rozza non è un aggettivo riferito a notte: è tutto uguale, indifferenziato, annacquato, omogeneizzato. E la cosa più importante, ossia l’origine della notizia, è relegata in un angolo, in basso, in caratteri piccoli e oltretutto grigi (con grande gioia, immagino, degli ipovedenti).

Faccio quindi una proposta: che Facebook aggiunga all’immagine il logo della testata (non il nome, ma il logo, quindi in forma grafica) in modo da dare al lettore un indicatore chiaro, intuitivo e ben visibile della provenienza di una notizia. Non risolverà il problema delle false notizie, ma almeno aiuterà gli internauti a non farsi ingannare, come invece capita spesso: non per stupidità, ma per semplice distrazione.

Non ditemi che a Facebook mancano le risorse per farlo: il social network di Zuckerberg guadagna circa un miliardo di dollari al mese ed è in grado di identificare al volo il contenuto di tutte le foto che vengono caricate; l’azienda ha abbastanza soldi da costruire flotte di droni giganti interconnessi per portare Facebook alle zone rurali del pianeta. Chiedere un embed automatico di un logo in ogni immagine non sembra un’impresa al di sopra delle sue forze.


2017/01/16 9:35. Per chi obietta nei commenti che i bufalari potrebbero inserire i loghi di testate attendibili nelle proprie immagini oppure usare loghi simili a quelli delle testate di cui imitano il nome, va considerato che l’abuso di un logo o di un marchio registrato è più facile da perseguire (intento confusorio) rispetto al nome di dominio assonante. I bufalari lo sanno: non è un caso che usano quasi tutti dei loghi che non somigliano a quelli delle testate imitate.
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No, non è una bufala: assistente di Trump che parla di “inchinarsi” e di “vendetta suprema”

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Sta circolando un video nel quale una donna, identificata come Omarosa Manigault, dice “Ogni critico, ogni detrattore, dovrà inchinarsi di fronte al Presidente Trump. Riguarda chiunque abbia mai dubitato di Donald, chiunque non sia stato d’accordo, chiunque lo abbia sfidato. Diventare l’uomo più potente dell’universo è la vendetta suprema.” In originale: “Every critic, every detractor, will have to bow down to President Trump. It's everyone who’s ever doubted Donald, whoever disagreed, whoever challenged him. It is the ultimate revenge to become the most powerful man in the universe."

Molti stanno pensando a un video-parodia, ma si tratta di una dichiarazione autentica. Omarosa Manigault è una ex concorrente di The Apprentice, il reality condotto da Donald Trump, e ora è uno dei membri del suo staff: la sua qualifica ufficiale è “assistant to the President and director of communications for the Office of Public Liaison” (assistente al Presidente e direttore delle comunicazioni per l’Ufficio per i Rapporti con il Pubblico). Manigault ha già lavorato alla Casa Bianca nello staff di Al Gore durante la presidenza Clinton.

La dichiarazione è stata rilasciata da Manigault al programma televisivo Frontline della PBS dedicato alla campagna presidenziale. La donna ha dichiarato alla ABC di essersi espressa a titolo personale e che la sua frase risale a prima che lei facesse parte dello staff di Trump.


Fonti: CNN, KETV, Rolling Stone.
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Non ce l’ho fatta a Celapossofare (RSI)

Ho partecipato alla puntata del 9 gennaio di Celapossofare della RSI per chiacchierare di bufale (da 8:00 in poi) e per un Challenge in tema Star Wars che ho fallito miseramente.

Il video, se volete, è qui.
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