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“Vaccini, complotti e pseudoscienza”: un libro per fare chiarezza su una bugia che uccide

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/03/28 10:15.

È disponibile da oggi Vaccini, complotti e pseudoscienza, un instant book al quale ho contribuito anch’io con un capitolo che ricostruisce dal punto di vista del giornalismo la nascita dell’odierno movimento antivaccinista, le cui origini truffaldine sono state in gran parte dimenticate strada facendo.

Nel libro, pubblicato da C1V Edizioni, sono in ottima compagnia: Silvio Garattini, Sergio Della Sala, Sara Pluviano, Silvano Fuso, Armando De Vincentiis, Edoardo Altomare, Giovanni Ragazzini, Cristina da Rold e AIRIcerca hanno aggiunto le rispettive competenze per offrire un testo che include tutto quello che serve per capire il fenomeno, smontare i miti e le dicerie e prendere decisioni di salute sensate e non “di pancia”.

Vaccini, complotti e pseudoscienza verrà presentato alla Facoltà di Medicina, Aula Fleming, dell'Università di Tor Vergata mercoledì 16 dicembre alle 9. Ci sarà anche Piero Angela. Per conoscere il libro, che sarà disponibile anche come e-book su Amazon, potete consultare la sua scheda; per far conoscere la conferenza di presentazione e invitare i vostri contatti potete fornire questo link. La conferenza è pubblica e non è obbligatorio iscriversi, ma è utile ai fini organizzativi. Il programma aggiornato è su Facebook qui.


Aggiornamento 2016/01/23: il libro è disponibile come e-book su Amazon.it.


Aggiornamento 2016/03/28: il libro è acquistabile su carta qui.
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Podcast del Disinformatico del 2015/11/27

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di oggi del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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Se avete un computer Dell, occhio al certificato digitale fasullo che firma il malware

Imbarazzo spettacolare per Dell, che per errore ha messo in vendita computer “dotati di tutti gli strumenti necessari per consentire ai criminali di violare l’home banking, lo shopping, la mail”, come scrive spietatamente The Register: sui suoi notebook e computer fissi ha infatti installato un certificato digitale errato che permette agli aggressori di decifrare il traffico di dati senza che gli utenti se ne accorgano e di applicare ai virus una firma digitale che li autentica come se fossere app legittime.

Come se non bastasse, chi elimina questo certificato se lo ritrova di nuovo al riavvio successivo, perché il computer lo reinstalla automaticamente. Un disastro, insomma, che colpisce i modelli Dell XPS, Latitude, Precision e Inspiron di recente produzione. Dell inizialmente ha minimizzato, mentre Microsoft ha deciso che il suo antivirus Defender considererà questo certificato come malware e quindi lo eliminerà definitivamente.

Se avete un computer della Dell e volete sapere se siete vulnerabili o no, visitate questo sito di test.
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Antibufala: Nostradamus aveva previsto gli attentati di Parigi!

“La grande guerra inizierà in Francia e poi tutta l’Europa sarà colpita, lunga e terribile essa sarà per tutti… poi finalmente verrà la pace ma in pochi ne potranno godere... Ci saranno tanti cavalli dei cosacchi che berranno nelle fontane di Roma... Roma sparirà e il fuoco cadrà dal cielo e distruggerà tre città. Tutto si crederà perduto e non si vedranno che omicidi; non si sentirà che rumori di armi e bestemmie. I giusti soffriranno molto... Roma perderà la fede e diventerà il seggio dell’Anticristo. I demoni dell’aria, con l’Anticristo, faranno dei grandi prodigi sulla terra e nell’aria e gli uomini si pervertiranno sempre di più”. Così avrebbe detto Nostradamus in un libro intitolato Le Profezie, perlomeno secondo vari giornali.

Parole sorprendentemente profetiche e calzanti se riferite agli attentati di Parigi: vuol dire che Nostradamus era un vero veggente? No, vuol dire semplicemente che troppi utenti e giornalisti diffondono notizie sensazionali senza controllarle.

Infatti Nostradamus non ha mai scritto quelle parole, come spiega bene Bufale un tanto al chilo, ed è incredibilmente facile essere profeta dopo che i fatti sono avvenuti: si chiama chiaroveggenza retroattiva. Fra l’altro, Nostradamus era un maestro del vago; le sue frasi si adattano a qualunque situazione e le poche volte che ha lasciato detto qualcosa di preciso ha sbagliato alla grande.
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“Rootare” un Windows Phone? Ora si può con facilità

>L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/11/27 22:10.

Non mi capita spesso di parlare di Windows Phone: niente di personale, è che semplicemente di solito c’è poco da dire, perché questi smartphone funzionano senza troppi problemi e sono poco presi di mira dagli attacchi informatici. Ma stavolta faccio volentieri una segnalazione su questa categoria di dispositivi perché è stata pubblicata in Rete una tecnica per rootare quasi tutti i Windows Phone.

Rootare, ossia togliere i blocchi e le protezioni che impediscono all’utente di avere pieno controllo del dispositivo (spesso a fin di bene) allo scopo di installare app particolari o modificare il sistema operativo, è una scelta frequente fra utenti Android e iPhone, ma rara fra chi usa i Windows Phone.

Ora esiste Windows Phone Internals, un kit apposito, disponibile presso WPinternals.net, che consente di sbloccare vari modelli Lumia di Windows Phone e quindi installarvi software personalizzato e accedere all’intero contenuto del telefono (compresi i file di sistema) come se fosse un disco standard.

Il kit si installa su un PC Windows e consente di rimuovere le applicazioni non necessarie o indesiderate, liberando spazio e rendendo più veloce il dispositivo; tuttavia non bisogna dimenticare che togliendo le protezioni ci si trova indifesi contro il malware e gli altri attacchi informatici e c’è il rischio che il tablet o smartphone smetta completamente di funzionare e sia irrimediabilmente brickato, ossia trasformato in un simpatico fermaporta ad alta tecnologia. Buon divertimento e prudenza!


Fonti aggiuntive: Punto Informatico.
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No, l’astronauta Scott Kelly non ha fotografato un UFO. Piantatela, fufologi

Ma perché ogni puntino indistinto, ogni macchia di luce, ogni sagoma insolita nelle foto scattate dagli astronauti deve essere per forza un veicolo extraterrestre? I fufologi sembrano presi da una frenesia che rende ridicolo un argomento profondo e bellissimo come la vita su altri mondi.

Un esempio perfetto della faciloneria che rende imbarazzante lavorare nella ricerca seria in questo campo arriva da una fotografia pubblicata su Twitter dall’astronauta statunitense Scott Kelly, impegnato in una permanenza lunga quasi un anno a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

In un angolo della foto c'è una striscia luminosa irregolare, con due punti più brillanti. Basta questo, ai fufologi e ai giornali a caccia di clic, per annunciare l’avvistamento di un veicolo alieno, scatenandosi addirittura in stime delle sue dimensioni.

Ma è sufficiente schiarire leggermente una fotografia della stessa veduta in alta risoluzione, come ha fatto l’ottimo UfoOfInterest, per capire che stavolta gli extraterrestri non c’entrano nulla. La luce è infatti semplicemente una parte della Stazione Spaziale Internazionale.


Nell’animazione qui sopra la fonte luminosa è etichettata come HDEV equipment, ma più precisamente si tratta del bagliore proveniente da uno degli oblò della Stazione.



Fonti aggiuntive: Time, Forbes, Wired.it, Rai, Fark.
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I terroristi usano le Playstation? Una balla inventata da giornalisti a caccia di clic

Credit: Wikipedia.
“I terroristi in azione a Parigi hanno comunicato con i vertici dell’Isis attraverso la chat della Playstation 4”: lo afferma categoricamente Leggo.it, citando il tabloid britannico Mirror, che a sua volta cita il ministro dell’interno belga Jan Jambon. Lo afferma altrettanto risolutamente Repubblica insieme a tante altre testate in tutto il mondo.

Ma non correte a togliere dalle mani dei vostri figli (o coniugi) la celeberrima console di gioco per paura che vengano scambiati per fiancheggiatori del terrorismo internazionale. La notizia è una panzana fabbricata dall’entusiasmo di molti giornalisti per i titoli sensazionali.

La bufala è nata da una dichiarazione effettivamente fatta dal ministro dell'interno belga Jambon e riportata erroneamente da un giornalista, Paul Tassi, su Forbes.com. Ma la dichiarazione di Jambon era stata fatta tre giorni prima degli attentati ed era semplicemente una sua considerazione sulla difficoltà generale di intercettare le chat fatte dagli utenti di Playstation (“The most difficult communication between these terrorists is the Playstation 4. It's very, very difficult for our services – not only for our Belgian services but all the international services – to decrypt the communication that's done via Playstation 4”). Forbes ha poi rettificato, ma la rettifica non si è propagata. Tutto qui.

Fra l’altro, nessuno ha presentato, finora, prove che i terroristi di Parigi abbiano usato davvero le chat delle Playstation 4 per comunicare. Più in generale, dovrebbe essere evidente che qualunque dispositivo che consenta a due persone di scambiarsi messaggi in qualunque forma (scritta, disegnata, video o altro ancora) potrebbe essere usata per comunicazioni terroristiche. Graham Cluley, esperto di sicurezza informatica, ha fatto notare che persino un’innocua app per giocare a scacchi potrebbe essere usata per comunicare istruzioni di attentati: basta che i terroristi si mettano d’accordo sul significato delle mosse fatte dai giocatori. Ma un’app scacchistica non è demonizzabile quanto una console di gioco e non consente titoloni ad effetto.

In compenso, questo genere di paranoia generalizzata è esattamente quello che il terrorismo cerca di creare. E come al solito ci sono alcuni governanti che usano questa paranoia per giustificare una costosissima e inutile sorveglianza di massa, che è l’antitesi di una sorveglianza mirata (anche in termini di efficacia). Non è tecnicamente possibile sorvegliare e decifrare tutte le comunicazioni su tutti i canali: prima si accetta questo fatto e prima si smetterà di fare teatrino della sicurezza per sembrare operosi agli occhi degli elettori.


Fonti aggiuntive: Vice.com, The Telegraph.
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Valeria Solesin “alle Maldive”? Non regalate pubblicità agli idioti in cerca di attenzioni

Mi avete scritto in molti segnalandomi con disgusto i post su Facebook di un mentecatto che afferma che Valeria Solesin, una delle vittime degli attentati di Parigi, “non esiste” ed è “un personaggio inventato”, “una vittima inventata” che in realtà sta “alle Maldive”. Mi avete chiesto come mai non ne ho parlato qui o altrove.

La risposta è semplice: non regalo attenzioni agli idioti e non dovreste farlo neanche voi. Ripostare su Facebook o altrove queste diarree mentali o addirittura dedicare ad esse degli articoli, come hanno fatto Giornalettismo o Il Giornale, è esattamente quello che vuole ottenere da voi il provocatore. Non fate il suo gioco. Non linkatelo, non ripostatelo, non menzionatelo. Non dategli la gratificazione masturbatoria di vedersi citato per nome. Seppellitelo nel dimenticatoio, dove merita di stare, prigioniero della sua paranoia terminale, e tirate lo sciacquone.

E non indignatevi per il fatto che abbia dei seguaci: sono praticamente tutti dei troll che lo prendono per i fondelli dandogli corda. Non li ho mandati io, e non condivido la loro scelta; lo stanno facendo di loro spontanea iniziativa, ma mi tengono aggiornato. Per cui non c'è neppure da prendersela temendo che le sue tesi stiano diventando popolari.
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11 settembre, anche Pino Scaccia inciampa nel “dossier di architetti e ingegneri”

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/11/26 16:10.

Pino Scaccia, firma celebre del giornalismo italiano, ha segnalato su Facebook* un “dossier di architetti e ingegneri” che ha realizzato una “sconvolgente contro-inchiesta sull’11 settembre”. Scaccia dice che “non è complottismo, ma solo analisi tecniche” e aggiunge che “già il governo americano aveva ammesso la presenza di dinamite sotto le Torri Gemelle crollate”.

*2015/11/26 16:10. Il post di Scaccia è stato rimosso. Ne rimane lo screenshot mostrato qui accanto.


Vista così, sembra una storia interessante e credibile. Ma basta fare qualche verifica per capire che Pino Scaccia si è fatto sedurre da una fregatura elegantemente confezionata.

Prima di tutto, Scaccia afferma che il governo USA avrebbe “ammesso la presenza di dinamite sotto le Torri gemelle”, ma è una bufala. Nessuno dei governi che si sono succeduti in questi quattordici anni dagli attentati dell'11 settembre 2001 ha mai dichiarato una cosa del genere: se Scaccia è in grado di presentare le fonti di questa presunta dichiarazione, lo faccia. L'onere della prova è suo, come sempre quando si fa un'affermazione straordinaria, e l'ho contattato privatamente per chiedergli di documentare quello che dice.*

*2015/11/26 16:10. Scaccia mi ha risposto cordialmente e ha detto che sta cercando le fonti e me le fornirà.

La presunta ammissione governativa citata da Scaccia è una bufala anche per una ragione molto pratica: il crollo delle Torri Gemelle iniziò dall’alto, specificamente dai piani colpiti dagli aerei dirottati, per cui mettere la dinamite sotto le Torri sarebbe stata una cazzata monumentale.

In quanto al “dossier di architetti e ingegneri”, è un documento ben confezionato, dall'aria seria e credibile e con l’apparente garanzia di un gruppo di esperti tecnici. Copertina seria, titolo non sensazionalista. Ma non è un documento tecnico. Una vera “analisi tecnica” verrebbe sottoposta al vaglio di esperti esterni, come si fa con ogni pubblicazione scientifica. Se questi architetti e ingegneri avessero davvero qualcosa di tecnicamente credibile in mano, lo pubblicherebbero su una rivista scientifica, come hanno fatto in questi anni i loro colleghi (che però confermano in massa la ricostruzione non complottista). Invece il loro “dossier” è un libretto patinato di 50 pagine, messo in vendita a 11 dollari e 99 cent. Come mai?

E come mai il sito di questi serissimi “architetti e ingegneri” vende tazze, magliette e gadget vari legati all'11 settembre? Non pare l'atteggiamento di gente seria e professionale.

E infine siamo sicuri che questi siano davvero architetti e ingegneri? Mi ci ero iscritto anch’io e mi avevano accettato senza chiedermi alcuna conferma delle credenziali.

Non è così che si fa scienza. Non è vendendo magliette, cappellini e tazzine dedicate a una tragedia con tremila morti che si trova la verità. Confido che Pino Scaccia saprà andare oltre le patinate apparenze iniziali e farà piazza pulita di questi ciarlatani.

E giusto per chiarire perché non uso con leggerezza il termine ciarlatani: questo è il modo in cui Richard Gage, fondatore e direttore dell'associazione, dimostra “scientificamente” le proprie tesi: con due scatole di cartone. Credibilissimo.

Non so voi, ma io prima di dare per buono quello che dice un tipo del genere ci penserei un attimo. Se volete, le ricerche del gruppo Undicisettembre su questi architetti e ingegneri e sulle loro tesi sono a vostra disposizione. Date loro un’occhiata e poi fatevi un’idea.
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Podcast del Disinformatico del 2015/10/16

Per motivi tecnici il podcast del Disinformatico del 16 ottobre scorso era rimasto in sospeso (era la puntata dedicata alla truffa dei finti sondaggi su WhatsApp, a Windows 10 che tenta d’installarsi a forza, a come prendere il controllo di uno smartphone via radio, alla polemica sui processori differenti nei nuovi iPhone e a Margaret Hamilton). Ora è disponibile per lo scaricamento qui. Buon ascolto!
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Il razzo di Blue Origin va nello spazio e atterra intero. Ma occhio ai paragoni con SpaceX

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La notizia è stata data soltanto oggi, ma ieri Blue Origin, l’azienda aerospaziale di Jeff “Amazon” Bezos, ha lanciato un razzo che ha raggiunto lo spazio ed è poi rientrato a terra verticalmente. Godetevi il video, che è un misto di riprese reali e animazioni digitali un po’ ingannevole (per esempio, nel lancio reale non c’erano persone a bordo):


C'è anche un’altra bellissima ripresa del decollo e della discesa (senza effetti digitali) qui.

A prima vista sembra che Jeff Bezos abbia umiliato Elon Musk di SpaceX, che da alcuni anni tenta (finora senza successo) di far rientrare interi dallo spazio i suoi lanciatori Falcon 9. Ma non è così: senza nulla togliere al notevole risultato tecnico di Bezos, bisogna infatti precisare bene le caratteristiche di questo nuovo volo spettacolare prima di lanciarsi in paragoni affrettati.

Prima di tutto, il razzo di Bezos, soprannominato New Shepard (un omaggio all’astronauta Alan Shepard), è sì andato nello spazio, nel senso che ha superato (di 500 metri) la quota di 100 chilometri alla quale si fa iniziare per convenzione lo spazio, ma ha fatto un volo esclusivamente verticale: è andato su dritto e poi è ridisceso subito, vicinissimo alla base di lancio in Texas.

Questo è molto, molto diverso da quello che fa un normale razzo vettore per il lancio di satelliti o il trasporto di astronauti, che non solo deve arrampicarsi oltre la quota minima alla quale inizia lo spazio ma deve soprattutto acquisire una velocità orizzontale elevatissima: sotto i 28.000 km/h, infatti, non si mantiene in orbita e quindi ricade a terra. In un lancio spaziale il consumo di propellente è dovuto in larghissima parte al bisogno di raggiungere questa enorme velocità orizzontale, come spiega bene Xkcd.

In altre parole: se vuoi andare nello spazio per farci una capatina di pochi secondi, ti basta il razzo di Bezos, ma se vuoi andare nello spazio per restarci (per esempio per lanciare un satellite) ti serve un razzo decisamente più potente. Il confronto con i tentativi di SpaceX è quindi scorretto: questi, infatti, sono i dati riferiti al primo stadio riutilizzabile di SpaceX (Ars Technica; Spaceflight101; NASA; ISS101).

– Quota raggiunta (apogeo): 100.5 km per Blue Origin, 140 km per SpaceX
– Velocità orizzontale raggiunta: zero per Blue Origin, Mach 10 (10.000 km/h) per SpaceX
– Distanza orizzontale percorsa: zero per Blue Origin, 345 km per SpaceX
– Spinta del/i motore/i (primo stadio): 490 kilonewton per Blue Origin, 8400 kilonewton per SpaceX

Non va dimenticato, inoltre, che i tentativi di SpaceX sono stati effettuati mentre il razzo trasportava un carico utile commerciale, che è stato poi messo in orbita, mentre il carico di Blue Origin (una capsula) è ritornato subito a terra con i suoi paracadute separati proprio perché non aveva raggiunto una velocità orizzontale sufficiente a tenerla in orbita.

In secondo luogo, in realtà il volo di Blue Origin non è il primo a raggiungere lo spazio e rientrare a terra usando un veicolo interamente riutilizzabile. Una capatina oltre i 100 km, infatti, fu fatta ben 52 anni fa dall'aereo-razzo X-15, che il 19 luglio 1963 si arrampicò fino a 106 km di quota per poi rientrare planando come un aliante. Lo stesso velivolo ripeté la missione un mesetto dopo (ai comandi, in entrambi i voli, c’era Joe Walker, che divenne quindi astronauta due volte).

In tempi molto più recenti (2004), inoltre, l’aereo-razzo privato SpaceShipOne della Virgin Galactic ha raggiunto i 100 km di quota e lo ha fatto ripetutamente. Elon Musk, boss di SpaceX, non ha perso tempo a farlo notare.

Tuttavia questi voli precedenti sono stati realizzati usando veicoli spaziali trasportati in quota da aerei-madre e si sono conclusi con atterraggi orizzontali su pista, mentre il successo di Blue Origin di ieri ha fatto a meno di aerei ausiliari e si è concluso con un atterraggio verticale controllato dalla spinta del motore: tecnicamente è quindi una sfida decisamente superiore a quella di questi predecessori.

In sintesi: il volo di Blue Origin è il primo volo di un veicolo riutilizzabile a decollo e atterraggio verticali, sostentato soltanto da motori, che raggiunge la quota alla quale inizia lo spazio. È un primato soltanto se lo si specifica in questi termini. Ma non è un volo spaziale nel senso tradizionale, e non si sa quanto possa avere sviluppi pratici.

Bezos, infatti, sta offrendo Blue Origin non come lanciatore di satelliti, ma come veicolo per esperimenti e per passeggeri (fino a sei) che si accontentino di quattro minuti di assenza di peso (quando spegne il motore, a fine arrampicata, capsula e passeggeri proseguono la propria corsa verso l’alto per inerzia e poi iniziano a ricadere verso terra; in queste fasi sono in caduta libera e quindi percepiscono un’assenza di peso). Di esperimenti fattibili in queste condizioni restrittive ce ne sono, mentre non si sa quanto potrebbe costare un volo con passeggeri né quanti sarebbero interessati a farlo, visto che il profilo di volo della capsula è decisamente brusco (specialmente all'atterraggio).

Ma che importa, in fondo? Abbiamo due miliardari in competizione tra loro per andare nello spazio con tecnologie che riducono i costi e migliorano l’accesso al cosmo: chiunque vinca, ne otterremo dei benefici.


Fonti aggiuntive: Slate, Astronautinews, Astronautinews, Ars Technica, Planetary.org, Ars Technica.
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Podcast del Disinformatico del 2015/11/20

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di venerdì del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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Denise Crosby (Star Trek) a Riccione alla Reunion

Sono a Riccione, alla Reunion, raduno di amici e di appassionati di fantascienza in generale e in particolare di Star Trek, Doctor Who e Star Wars, che quest’anno ha come ospite Denise Crosby (Tasha Yar e Sela in Star Trek: The Next Generation, Deep Impact e di recente in The Walking Dead). Oggi pomeriggio e domani sarò sul palco per tradurre il suo incontro con i fan.

È strano dirlo quando si è circondati da gente che discute di cavalieri Jedi, di TARDIS e di propulsione interstellare, ma dopo gli eventi dei giorni scorsi è un bagno di normalità rasserenante. Sarò quindi un po’ offline fino a lunedì.

2015/11/23. Se volete farvi un’idea di cosa succede alla Reunion, il resoconto di Carlo Recagno è perfetto: uno, due, tre.
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“Nativi digitali” sempre meno competenti per colpa di tablet e smartphone?

Se siete fra quelli che comprano tablet e smartphone al neonato perché così diventerà sicuramente un cittadino digitale competente, forse ho una brutta notizia da darvi. Secondo uno studio condotto in Australia per la valutazione delle competenze degli studenti di 12 e 16 anni su un campione di 10.500 individui, la crescente diffusione degli smartphone e dei tablet nelle case e nelle scuole sta ritardando lo sviluppo delle competenze informatiche.

I risultati mostrano infatti un declino drastico rispetto agli stessi dati raccolti nel 2008 per i dodicenni; i dati per i sedicenni sono al minimo storico. Come si spiega? Secondo gli autori della ricerca, i dispositivi mobili usati oggi dai giovani richiedono competenze differenti e modalità d’insegnamento altrettanto diverse rispetto al passato. Per esempio, oggi sono più importanti le competenze nella comunicazione online ed è meno indispensabile la capacità di modificare fisicamente i dispositivi, sempre più da usare a scatola chiusa e senza parti sostituibili.

Parte della colpa dei questi risultati, sempre secondo i ricercatori, spetta al fatto che in questi anni il programma scolastico per l’insegnamento dell’informatica non è stato adeguato ai nuovi scenari tecnologici che sono emersi man mano e quindi i parametri di valutazione potrebbero non essere più realistici. In tal caso, niente panico: non ci sarebbe in corso un rincitrullimento giovanile collettivo ma semmai sarebbero i test a essere tutti da rifare. Sia come sia, i documenti della ricerca sono disponibili qui e qui in formato PDF in inglese.
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Threema, l’app svizzera consigliata dall’ISIS, spiega dove sbaglia chi vuole bandirla

Si dice spesso che la cattiva pubblicità non esiste: se parlano del tuo prodotto, nel bene o nel male, comunque ne stanno parlando e lo stanno facendo conoscere. Però vedersi raccomandare da un gruppo terroristico come l’ISIS, come è successo all’app di messaggistica svizzera Threema, non è un tipo di testimonial particolarmente desiderabile.

Threema è stata segnalata in una guida, distribuita a gennaio tra i seguaci dell’ISIS, come una delle forme di comunicazione online più sicure (difficilmente intercettabile) perché neanche i suoi gestori possono decifrare il contenuto dei messaggi scambiati fra due utenti.

Molti governi, in seguito agli attentati di Parigi, stanno spingendo affinché questo genere di messaggistica venga bandito. Sia il direttore dell’FBI, James Comey, sia il direttore della CIA, John Brennan, hanno dichiarato che se non viene introdotta una backdoor, ossia una sorta di chiave governativa che permetta di decifrare e monitorare i messaggi online, i terroristi e i criminali di ogni genere avranno in queste app di messaggistica una risorsa impenetrabile a disposizione per i loro scopi.

Il problema tecnico di quest’idea è che non considera che chi fa crimine o terrorismo probabilmente non rispetterebbe un divieto governativo di usare una certa app.

Terrorista 1: “Ti devo passare le istruzioni per fare una bomba contro il governo.”
Terrorista 2: “OK, mandamele tramite un’app che il governo non può intercettare.”
Terrorista 1: “Uh... il governo che vogliamo far saltare in aria ha detto che le app che non può intercettare sono vietate.”
Terrorista 2: “Ah, allora non possiamo usarle. Peccato.”

Per come è fatta Internet e per come è fatto il software, non c’è nulla che impedisca a un gruppo criminale o sovversivo di scriversi una propria app di messaggistica cifrata e usarla, per cui eventuali divieti governativi avrebbero un solo effetto: quello di indebolire la sicurezza e la privacy di aziende e cittadini onesti, lasciando indisturbati i malfattori.

La cifratura senza backdoor viene usata dalle banche, dagli ospedali, dagli enti pubblici per tutelare i dati: anch’io, come giornalista, uso app come Threema per garantire la riservatezza delle mie fonti. E c'è un altro problema: se un governo ha un passepartout, come fa a garantire che non finisca nelle mani dei criminali o di altri governi, dando loro un potere enorme?

Roman Flepp, portavoce di Threema, ha spiegato infatti che “sacrificare alcuni dei fondamenti delle nostre democrazie, come la libertà, la riservatezza e il diritto all’espressione in cambio di un falso senso di sicurezza non sembra essere una cosa furba da fare”. E giganti dell’informatica come Google, Apple, Microsoft, Intel e Facebook confermano quest’opinione: di recente hanno dichiarato congiuntamente che “La crittografia è uno strumento di sicurezza al quale ci affidiamo ogni giorno per impedire ai criminali di svuotarci i conti correnti, per proteggere le nostre automobili e i nostri aerei dall’essere sabotati da attacchi informatici e in generale per tutelare la nostra sicurezza e riservatezza. Indebolire la sicurezza dicendo di voler migliorare la sicurezza è semplicemente un controsenso”. Il rischio di abbandonarsi al teatrino della sicurezza, politicamente appagante ma tecnicamente rovinoso, è insomma chiaro agli esperti. Speriamo che lo sia anche ai politici.
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Telegram blocca gli utenti pro-ISIS. Ma come fa a riconoscerli, se è tutto cifrato come dice?

La notizia che gruppi legati al terrorismo dello Stato Islamico comunicano usando l’app Telegram perché offre una crittografia dei messaggi migliore rispetto agli altri sistemi di messaggistica ha spinto i gestori di Telegram a intervenire annunciando di aver “bloccato 78 canali legati all’ISIS in 12 lingue”.

Ma gli utenti legittimi di Telegram, quelli che usano la sua crittografia per comunicare in modo riservato per tutelare la propria privacy, come è diritto di chiunque fare, hanno drizzato le orecchie: se Telegram cifra i messaggi così bene che neanche i suoi gestori li possono leggere (come dichiarato nelle sue FAQ), come fa a sapere quali messaggi bloccare?

La risposta è che in realtà non tutto il traffico di dati delle comunicazioni di Telegram è cifrato. Spiega infatti Telegram: “tutte le chat di Telegram e le chat di gruppo sono private fra i loro membri... Tuttavia i pacchetti di sticker, i canali e i bot su Telegram sono pubblicamente disponibili”. I canali di Telegram sono un modo per trasmettere uno stesso messaggio a un numero elevato di destinatari, mentre i bot sono degli account di gestione automatica dei messaggi e i pacchetti di sticker (sticker set) sono gruppi di icone disegnate in dettaglio, che mostrano un personaggio e rappresentano un’azione o un’emozione (degli emoji più raffinati, insomma). E poi ci sono i metadati: chi ha parlato con chi, le rubriche telefoniche degli utenti, e altro ancora.

L’intervento dei gestori di Telegram, quindi, si limita a questi aspetti del servizio: i messaggi all’interno dei gruppi privati su Telegram restano inaccessibili. L’unico modo per monitorare questi gruppi è infiltrarli e farne parte, segnalandoli all’apposito indirizzo abuse@telegram.org.
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Piccolo promemoria: se pubblicate un falso allarme terrorismo su WhatsApp, vi beccano

A quanto pare non a tutti è ben chiaro che quello che si scrive in un social network non è privato e non è anonimo e che anche nel mondo virtuale le parole hanno un peso. Non è chiaro, in particolare, alla persona che ha pubblicato alcuni giorni fa su WhatsApp un avviso di non prendere il treno e non recarsi alla stazione di Zurigo il prossimo 12 dicembre, seguito dall’invito a inoltrare a tutti l’avvertimento.

Il messaggio ha puntualmente preso a circolare all’impazzata, causando ovviamente apprensione a molti dopo gli attentati di Parigi, ma la Polizia della città di Zurigo ci ha messo poco a rintracciare l’origine del falso allarme e scoprire che si tratta di un diciannovenne svizzero, domiciliato nel canton Zurigo, che è stato fermato e interrogato dalle autorità.

C'è chi si chiede come sia possibile rintracciare così un messaggio su WhatsApp, visto che a novembre 2014 è stato annunciato che l’app protegge i messaggi cifrandoli end-to-end e quindi rendendoli in teoria illeggibili non solo da parte di terzi ma addirittura da parte del personale tecnico di WhatsApp. I metodi esatti usati dagli specialisti informatici della Polizia non sono stati precisati, ma va ricordato che in realtà questa cifratura end-to-end su WhatsApp vale soltanto se lo scambio di messaggi è fra due telefonini Android: se uno dei due è un iPhone, viene usato un sistema di cifratura più debole (non end-to-end ma da dispositivo mittente a server e da server a dispositivo ricevente), come hanno segnalato numerosi esperti. Infatti ancora oggi le FAQ di WhatsApp dichiarano che “la comunicazione WhatsApp fra il vostro telefonino e il nostro server è cifrata”, che è ben diverso dalla crittografia end-to-end.

Inoltre c'è la questione dei metadati: anche se il contenuto di un messaggio è illeggibile, sapere le dimensioni del messaggio, chi l’ha mandato e chi l’ha ricevuto e a che ora l’ha fatto è sufficiente per ricostruire il percorso di un messaggio.

Fonti: Swissinfo, Tio.ch, Giornale del Popolo, 20min.ch, Corriere del Ticino.
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Professore nigeriano risolve l’Ipotesi di Riemann? No. Ma Huffington Post ci casca

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Un professore nigeriano, Opeyemi Enoch, ha risolto un problema di matematica, la cosiddetta ipotesi di Riemann, che giaceva irrisolto da oltre un secolo e mezzo e si è quindi aggiudicato un premio da un milione di dollari? Secondo Ilaria Betti di Huffington Post sì. E Repubblica copia e incolla senza verificare. Ci casca anche Marika Luongo su Leonardo.it. Anche ADNKronos dice di sì nel titolo della notizia, ma poi corregge il tiro.

Sarebbe bastato andare a vedere il sito del Clay Mathematics Institute, l’ente che mette in palio il premio, per scoprire una dicitura inequivocabile: “This problem is: Unsolved”.

Trovate tutti i dettagli di un’altra figuraccia di Huffington Post e Repubblica e del giornalismo superficiale e copiaincolla presso Bufale un Tanto al Chilo e su Aperiodical (in inglese). Ringrazio @Simotinteri per la segnalazione.
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Antibufala: allarme per virus "on est tous Paris" (spoiler: è una balla)

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Sta impazzando, grazie al passaparola di chi non si ferma a pensare e controllare prima di inoltrare, un falso allarme che parla di una mail intitolata “On est tous Paris”, contenente una “foto di un bebé”, che infetterebbe chi la riceve.

No. I virus non funzionano così. Il testo è semplicemente un minestrone di pezzi di vecchi falsi allarmi, con un’aggiunta recente riferita agli attentati di Parigi, ma non ha nessuna validità. Il “Servizio di cyber criminalità del ministero della difesa” non ha diffuso nessuna conferma, né lo ha fatto “EUROPE 1”.

La spiegazione tecnica è qui.

Cestinate l’allarme, non diffondetelo e dite a chi ve l’ha mandato di non diffonderlo: non sta aiutando nessuno e sta facendo la figura del credulone incompetente. Nessun allarme per virus va diffuso se non è accompagnato da un link a una fonte esperta.

Questo è un esempio del testo DA NON DIFFONDERE, perché è una bufala:

AVVERTENZA IMPORTANTE!
C'è il rischio di ricevere una mail che ha per oggetto " on est tous Paris" (siamo tutti Parigi) che si è largamente diffusa in quest'ultimo weekend.
In questo messaggio c'è la foto di un bebè con un braccialetto di nascita su cui c'è scritto "on est tous Paris" (siamo tutti Parigi) e l'invito a cliccare sulla foto.
Questo messaggio contiene un malware (virus) che permette di prendere il controllo a distanza del vostro computer e di recuperare tutti i vostri dati e le password.
Fonte: servizio di cyber criminalità del ministero della difesa.
La conferma di questa info è stata diffusa su EUROPE 1 (emittente francese) questa mattina. Dunque si richiede la massima prudenza.
Dovete fare attenzione a non aprire alcun messaggio denominato "l'invitation" (l'invito) o "qu'est ce que fait ta photo sur ce site?" (che ci fa una tua foto su questo sito?).
Non ha importanza chi ve lo ha inviato!
E un virus che apre una torcia olimpica che vi brucia l' hard disk del pc.
NON APRITELO ASSOLUTAMENTE E SPEGNETE IMMEDIATAMENTE IL VOSTRO PC.
E lo stesso virus di cui ha parlato la CNN è classificato dalla Microsoft come il virus più distruttore mai esistito prima! E stato scoperto da MCAffee e non esiste ancora una soluzione per rimediare a questo virus. Distrugge il "settore zero" dell'hard disk in cui sono contenute le informazioni vitali per il funzionamento!
AVVERTITE TUTTI QUELLI CHE CONOSCETE, i vostri amici, i vostri contatti, più persone avvertirete più il virus avrà difficoltà a diffondersi.
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Antibufala: Zouheir, l’eroe musulmano degli attentati di Parigi. Inventato dai giornalisti

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2015/11/17 18:55.

Ci hanno voluto credere in tanti, perché è una storia consolatrice, ma invece è una balla, diffusa ottusamente dai giornalisti che non controllano le fonti e dagli utenti dei social network che si fidano ciecamente di quello che leggono in giro: non è vero che un addetto alla sicurezza musulmano di nome Zouheir (o Zouheri) ha fermato uno degli attentatori all’ingresso dello stadio parigino dove c’erano 80.000 persone per la partita Francia-Germania ed è quindi un eroe.

Lo racconta per esempio Vanity Fair a firma di Alessia Arcolaci*, lo racconta Repubblica a firma di Corrado Zunino, lo scrive La Stampa, lo ribadisce Huffington Post, e ci sono cascati anche molti giornalisti stranieri, ma il sito antibufala Snopes spiega che in realtà l’addetto di nome Zouheir ha semplicemente raccontato a un giornalista del Wall Street Journal, che ne scrive in questo articolo, quello che è successo altrove allo Stade de France il 13 novembre scorso. Non ha indicato la propria religione, non ha interagito con i terroristi e non è intervenuto personalmente per salvare centinaia di vite.

* L’articolo di Vanity Fair è stato successivamente rettificato.

Aggiungerò maggiori dettagli nelle prossime ore, ma volevo cominciare a segnalare la bufala. Giornalisti, rettificate i vostri articoli. Non abbiamo bisogno di fiabe: abbiamo bisogno di fatti.


2015/11/17 18:55: in dettaglio


La bufala è stata alimentata enormemente da un tweet di un utente Twitter, @simplyboca, che ha postato lo screenshot di una descrizione (in inglese) di quello che avrebbe fatto Zouheir. Questo tweet, al momento in cui scrivo queste righe, è stato retweetato oltre 46.000 volte.  Traduco in italiano la descrizione:

“Tutti abbiamo visto il video della partita di calcio Francia-Germania in cui si sente il rumore di un’esplosione che spinge i calciatori a guardarsi l’un l’altro con espressione incuriosita e confusa. Quell’esplosione è avvenuta FUORI dallo Stade de France. L’intento era di farla accadere DENTRO e uccidere potenzialmente centinaia di persone, compreso il presidente francese François Hollande. Ma non è accaduto.

Non è accaduto perché una guardia di sicurezza ha notato il giubbotto esplosivo dell’attentatore e ha affrontato quest’ultimo. L’attentatore allora ha fatto esplodere il proprio giubbotto FUORI dallo stadio. Tutti quelli DENTRO sono rimasti al sicuro.

Quella guardia di sicurezza che ha salvato così tante persone, centinaia se non migliaia, compreso lo stesso Presidente della Francia, è stata completamente ignorata e solo il suo nome è stato segnalato soltanto qualche volta.

Il suo nome è Zouheir. È un musulmano.

Non importa a nessuno.”

Ma i fatti sono ben diversi da quelli presentati in questo racconto. Tutto quello che si sa su Zouheir ha un’unica fonte, un articolo del Wall Street Journal, firmato da Joshua Robinson e Inti Landauro, nel quale Zouheir si limita a riferire quello che è successo altrove (l’evidenziazione è mia):

“La guardia – che ha chiesto di essere identificata soltanto per nome, Zouheir – ha detto che l’attentatore è stato scoperto mentre indossava un giubbotto esplosivo quando è stato perquisito all’ingresso dello stadio circa 15 minuti dopo l’inizio della partita... Mentre l’attentatore tentava di allontanarsi dagli addetti alla sicurezza, ha detto Zouheir, ha fatto esplodere il giubbotto, che era carico di esplosivi e bulloni, secondo il pubblico ministero François Molins. Zouheir, che si trovava accanto al corridoio dei calciatori, ha detto che la sequenza gli è stata raccontata dalla squadra addetta alle perquisizioni di sicurezza al cancello.”

Quindi non è vero che Zouheir ha “affrontato” l'attentatore: non l’ha nemmeno visto, perché era altrove. E nell’articolo del WSJ non viene indicata la religione di Zouheir.

L’affermazione di Repubblica secondo la quale “Zouheir si è accorto che quel giovane dai tratti mediorientali aveva qualcosa sotto il vestito. Un giubbotto esplosivo, fabbricato con esplosivo militare più pile, detonatore e bulloni. L'uomo è scappato, Zouheir ha dato l'allarme” è pura invenzione giornalistica firmata da Corrado Zunino.

Le asserzioni di Huffington Post che “Zouheri [sic] rappresenta l’altro lato, quello dell’integrazione”, che “Zouheri, musulmano [...] è l’addetto dello stadio Saint Denis che ha respinto ai tornelli uno dei terroristi kamikaze” e che “Zouheir [sic] avrebbe identificato qualcosa di ‘losco’ nel kamikaze” sono pura fantasia.

L’affermazione de La Stampa che l’attentatore “è stato fermato ai cancelli dello Stade de France dopo che un addetto ai controlli, un uomo di origine araba di nome Zouheir, ha scoperto che indossava dell’esplosivo”, è falsa. Paradossalmente, La Stampa cita come fonte proprio il Wall Street Journal.

A parte Vanity Fair, nessuna delle fonti giornalistiche italiane che ho elencato ha finora pubblicato una rettifica.

Vorrei prevenire eventuali strumentalizzazioni di questa mia segnalazione antibufala: non l’ho pubblicata per soffiare sul fuoco dell’odio anti-islamico o per screditare i musulmani, ma semplicemente perché non è accettabile che chi fa giornalismo manipoli la verità. Neanche per costruire una versione degli eventi che riscatta i tanti musulmani che vorrebbero semplicemente vivere in pace e che vengono massacrati dai loro stessi correligionari fanatici.
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Antibufala: le bombe francesi con la scritta “From Paris, with Love”

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2015/11/16 13:15.

Sta circolando nei social network, ed è stata pubblicata dalla testata tedesca Bild e altrove, una foto che mostra quelle che sembrano essere bombe sulle quali c’è la dicitura inglese “From Paris, with Love” (“Da Parigi con amore”). La foto viene solitamente presentata, come fa anche La Stampa con formula dubitativa, dicendo che si tratta delle bombe che l’aviazione francese ha sganciato il 15 novembre sulla città siriana di Raqqa, distruggendo due campi di addestramento dell'Isis, mandante delle stragi di Parigi di venerdì 13 novembre.

Ma la foto ha dei seri problemi di credibilità. Il primo è il watermark “USAWTFM”, che la associa alla pagina Facebook parodistica US Army WTF Moments, che l’ha pubblicata qui il 14 novembre. Nessuno sembra aver pubblicato una versione priva di watermark, per cui sembra che USAWTFM sia la fonte originale dell’immagine.

Il secondo è che gli oggetti mostrati nella foto sembrano essere delle bombe JDAM statunitensi, riconoscibili dalla forma caratteristica delle pinne grigie applicate lateralmente. Le JDAM non sono in dotazione all’aviazione francese.

Il servizio antibufala francese Vérifié ha etichettato le foto come false, ma l’account Twitter TheWTFNation (presumibilmente legato a USAWTFM) ha smentito l’accusa di falso e ha pubblicato un’altra foto analoga, che sembra mostrare le stesse armi viste da un’altra angolazione. Si nota, fra l’altro, che una scritta bianca sulla parte superiore delle ogive è stata sfuocata digitalmente in entrambe le immagini. Google Immagini e Tineye non trovano esemplari di queste foto pubblicate online prima della versione pubblicata da USAWTFM.
Tutti i dettagli coincidono e la posizione delle diciture corrisponde nelle due foto, per cui l’ipotesi più probabile è che si tratti di armi americane, sulle quali qualcuno ha effettivamente scritto la dicitura in data ignota, ma che non c’entrano con le bombe sganciate su Raqqa dalla Francia.


2015/11/16 13:15


TheWTFNation ha risposto a una mia richiesta via Twitter dicendo che la foto mostra delle armi preparate dall'aviazione USA, che è stata scattata in una base in Medio Oriente questo sabato (15/11) e che la scritta è in inglese perché è stata preparata da personale USAF. Ho chiesto se sanno se le armi nella foto sono quelle usate dall’aviazione francese e TheWTFNation ha risposto che a loro è stato detto che si trattava di armi condivise con l’aviazione francese e che la tempistica è compatibile. Tuttavia non ho riscontri da altre fonti, per cui queste dichiarazioni vanno prese con la consueta cautela.
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Ho provato il “Pilota automatico” di Tesla: bello, promettente, ma da ridimensionare

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2015/11/18 18:30.

Nota: non ricevo alcun incentivo da Tesla Motors o altri sponsor per parlare di questo prodotto.



Le mani di Tiziano sono sul volante, ma non è lui che sta guidando: è la sua Tesla che cambia corsia, mantiene la velocità, sorveglia l’auto che ci precede e legge i cartelli stradali. Sembra fantascienza, ma è quello che ho visto stamattina durante una prova privata di una Tesla dotata del nuovo software Autopilot. Ma non è assolutamente un sistema di guida autonoma, come purtroppo alcuni incoscienti stanno pensando, pubblicando video nei quali tolgono le mani dal volante o addirittura si spostano dal posto di guida, tanto che Tesla imporrà delle restrizioni nella prossima versione di software per evitare che qualcuno si faccia male per stupidità. E ci sono alcuni limiti importanti da conoscere.

Ci siamo dati appuntamento stamattina alla stazione di ricarica Supercharger di Monte Ceneri, molto frequentata (mentre siamo in zona arrivano altre due Tesla), per questa prova delle tre funzioni principali del nuovo software: mantenimento di corsia, cambio di corsia assistito e parcheggio automatico. Dico subito che non è andato tutto in maniera così rosea come sembra dalla pubblicità. Ma in questo momento il sistema di Tesla è l’unico che è su strada, installato su auto di serie, disponibile al pubblico (avendo i soldi per un’auto sportiva), e impara dalle esperienze degli automobilisti: ogni Tesla, infatti, fa rapporto via rete cellulare alla casa produttrice, informandola delle varie situazioni incontrate durante la guida e geolocalizzandole. Questo genera un archivio crescente e sempre aggiornato di esperienze di guida assistita, utile per migliorare il software.


Premesse


Abbiamo rispettato sempre le regole del codice della strada e agito soltanto in assenza di traffico. Il guidatore e proprietario, Tiziano, ha sempre tenuto le mani sul volante o vicinissime ad esso (salvo durante il parcheggio, quando è necessario toglierle), sempre pronto a intervenire, proprio perché questo non è un sistema autonomo: la responsabilità di vigilare sulla sicurezza di guida è sempre e comunque del conducente. Tesla è molto chiara in proposito: “Il guidatore è sempre responsabile di ciò che accade”. Quindi nei video che ho girato non vedrete gesti plateali del tipo “guarda mamma vado senza mani” come altri utenti Tesla hanno scelto di fare.

È poco spettacolare, lo so, ma la sicurezza deve prevalere sul sensazionalismo e quindi vi devo chiedere di fidarvi: di fatto ho visto chiaramente che le mani di Tiziano si limitavano ad assecondare i movimenti del volante gestiti dal software. Fra l’altro, va ricordato che questo software è formalmente una beta: motivo in più per non fidarsene troppo.

Inoltre abbiamo usato l’Autopilot esclusivamente in autostrada, ossia nell’ambiente per il quale è concepito. Altri hanno scelto di usarlo anche in città (Ars Technica; Wired), ma non ci è sembrato un rischio che valesse la pena di correre. Va detto che con o senza Autopilot inserito, gli altri sistemi di sicurezza della Tesla sono comunque attivi, quindi l’auto in ogni caso frena da sola se c’è un ostacolo improvviso (come qualcuno che taglia la strada) o se l’auto che precede rallenta.

Abbiamo fatto le riprese contemporaneamente da due angolazioni, con una GoPro fissa e con una telecamerina tenuta in mano, per cui nei video c’è un po’ di sovrapposizione degli eventi.

Un altro dettaglio importante: l’Autopilot non è un aggiornamento gratuito in senso stretto. In un modo o nell’altro si paga. Infatti lo si può ordinare al momento dell'acquisto dell’auto, pagando un supplemento come si fa per gli altri accessori opzionali, oppure acquistare in un secondo momento, perché tanto tutte le Tesla da ottobre 2014 in poi hanno già a bordo tutto l’hardware necessario. In entrambi i casi il prezzo dell’Autopilot si aggira intorno ai 2500 dollari.





Mantenimento di corsia


La Tesla legge la segnaletica orizzontale (le strisce di demarcazione delle corsie) grazie alle telecamere di bordo e sterza nelle curve per mantenersi al centro della corsia. Qui nessun problema: tutto funziona regolarmente e il sistema consente una guida meno tesa e più fluida, senza gli ondeggiamenti che vedo fare a tanti guidatori umani e che capitano anche a me.

È interessante notare che Tiziano segnala che a volte il sistema perde il riferimento delle strisce, per esempio all’uscita di una galleria a causa del brusco cambiamento di luce, e che invece funziona magnificamente di notte grazie al contrasto elevato prodotto dall’illuminazione fornita dai fanali.



Cambio di corsia assistito


L’Autopilot permette di cambiare corsia in modo assistito manovrando la leva della freccia: il sistema rileva se ci sono ostacoli intorno all’auto e se non ne trova inizia e completa la manovra di cambio corsia, sterzando e accelerando fino alla velocità massima preimpostata dal guidatore (o imposta dai segnali stradali) se trova libero davanti a sé.

La funzione è intuitiva e si comporta abbastanza bene su strada libera, ma quando proviamo a usarla mettendo un’auto (la mia) nella corsia di sorpasso, indietro di pochi metri oppure nell'angolo cieco della Tesla, succedono cose interessanti e un po’ discutibili. Infatti l’Autopilot cambia corsia anche se l’auto che la segue è molto vicina, con l’effetto di quasi tagliarle la strada. Se me lo facesse un automobilista umano lo considererei un modo di guidare pericoloso.

Nessun problema, invece, se l’altra auto è affiancata, anche solo parzialmente: i sensori laterali la rilevano e la Tesla rifiuta il comando di cambiare corsia del conducente, se viene immesso tramite la leva della freccia (il volante resta libero, anche se ovviamente in questa situazione la manovra non va fatta).





Parcheggio automatico


Il parcheggio automatico è una delle funzioni più intriganti dell’Autopilot, ma anche qui abbiamo trovato dei limiti notevoli. Tiziano, molto gentilmente, ha messo in gioco la propria auto e ha sudato freddo quando ne ha affidato le fiancate al sistema di manovra automatica (siamo tutti geek, ma l’idea di danneggiare una Tesla è comunque altamente indesiderabile, specialmente per il proprietario). I risultati sono contrastanti.

Il principio di funzionamento è questo: il conducente passa in fianco alla zona di parcheggio, l’Autopilot ne rileva le dimensioni, calcola se la manovra di parcheggio è fattibile, e poi il conducente dà il comando di parcheggio e toglie le mani dal volante, tenendo il piede pronto a premere il freno per interrompere la manovra automatica in caso di dubbi.

Il primo tentativo è un flop totale: la Tesla non riconosce la presenza dello spazio di parcheggio e quindi non offre del tutto la funzione di manovra. Eppure lo spazio c'è eccome, come si vede nell’immagine qui sotto: due posti auto consecutivi. Saranno state le righe azzurre a confondere l’Autopilot?
Il secondo tentativo, in un altro parcheggio adiacente, va decisamente meglio: la Tesla si parcheggia perfettamente da sola senza intervento del guidatore, la cui unica sfida è fidarsi che i sensori rilevino la sottile ringhiera che c’è sul lato sinistro dell’auto e non portino la Tesla a rigarsi lo spigolo posteriore o la fiancata. Tutto va bene, ma affidarsi ad automatismi come questi è una sensazione nuova e un po’ ansiogena. Unico neo: l’auto, per parcheggiare dentro le strisce, non lascia spazio sufficiente al conducente per aprire la portiera e uscire.




Abbiamo provato a ridurre leggermente lo spazio disponibile per il parcheggio e la Tesla non si è offerta di parcheggiare: probabilmente un buon guidatore, con un po’ di manovre, sarebbe riuscito a sfruttare quello spazio, per cui il parcheggio automatico va considerato come un ausilio, utile per esempio per chi è disabile o ha difficoltà alla schiena e non riesce a girarsi per fare manovra, ma non come un sostituto migliorativo.

La ripresa di un secondo test di parcheggio mostra bene come il volante si muova completamente da solo.




Conclusioni


Lasciando da parte un attimo il fatto che la Tesla è un’auto a propulsione interamente elettrica, prodotta in serie, con un’autonomia sufficiente per la stragrande maggioranza delle percorrenze quotidiane, disponibile subito (almeno per chi può permettersela), cosa che sembrava impossibile soltanto una decina d’anni fa, questo aggiornamento del suo software è un’altra tappa importante nell’evoluzione dell’automobile a prescindere dal sistema di propulsione: è il primo che ha attirato così tanta attenzione mediatica ed è così sofisticato. Certamente ha bisogno di essere perfezionato: a volte, secondo i resoconti pubblicati, tende a prendere le curve senza rallentare e alcune sue manovre sono un po’ brusche. Ma è un indicatore concreto del progresso tecnologico rapido che sta avvenendo intorno all’automobile.

Al tempo stesso, Elon Musk, proprietario di Tesla, sta facendo una scommessa molto impegnativa. Ha messo in mano ai propri clienti un software sperimentale che alcuni stanno usando in modo improprio, mettendo a repentaglio la propria vita e quella degli altri. In questo momento l’opinione pubblica è interessata ma scettica nei confronti dell’idea di affidare la propria incolumità a un’auto guidata da un computer: basta un incidente causato da un cretino che abusa dell’Autopilot per creare un disastro d’immagine, e un giro di vite contro l’automazione, dal quale l’intera industria dell’auto del futuro farebbe fatica a riprendersi. Speriamo che i Teslisti capiscano che in gioco c'è molto più che il destino di un’auto sportiva.

E prima di farsi venire angosce da macho che si sente toccato nella virilità all’idea di cedere il comando dell’auto a un automatismo, non dimentichiamo che gli attuali sistemi di guida tradizionali, ossia i conducenti umani, sono costati 25.700 morti soltanto nel 2014 in Europa. E questo è un dato in calo: negli anni precedenti è andata anche peggio.
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Podcast del Disinformatico del 2015/11/13

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di venerdì del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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Attentati a Parigi, attenzione alle false notizie. Anche quelle diffuse da giornalisti incapaci

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Lascio ad altri, più saggi e qualificati di me, commentare e ragionare sugli attentati di Parigi di stanotte. In casi come questi il rischio di dare aria ai denti e di dire banalità pur di dire qualcosa è troppo alto e il silenzio commosso è sempre un’opzione tanto nobile quanto trascurata. Mi limito a fare quello che so fare: segnalare le false notizie che circolano.

Per esempio:

– La notizia che la Torre Eiffel sia stata spenta stanotte in segno di lutto, come ha riportato La Stampa, è falsa: in realtà viene spenta ogni notte all’una. Verrà invece davvero spenta questo sabato (14/11) in ricordo delle vittime, secondo Time.

– Il grattacielo Empire State Building, a New York, non è stato illuminato nei colori della bandiera francese stanotte (14/11): le immagini risalgono a gennaio 2015 e si riferiscono all’attacco a Charlie Hebdo. Invece la Freedom Tower (One World Trade Center) stanotte (14/11) ha illuminato la propria antenna in blu, bianco e rosso.

– Il logo con la Torre Eiffel incorporato nel simbolo della pace non è un’opera di Banksy ma è di Jean Jullien.

– Non è vero che fra gli attentati di stanotte e quello a Charlie Hebdo sono passati 11 mesi e 9 giorni e quindi c’è un nesso con la data degli attentati dell’11/9/2001 negli Stati Uniti: in realtà sono passati 10 mesi e sei giorni.

– La foto con le bombe francesi recanti la scritta “From Paris with Love” non mostra bombe francesi ma armi americane (dettagli qui).

Maggiori dettagli su queste e moltissime altre false notizie riguardanti gli attentati e i loro postumi sono qui su Buzzfeed a cura di Adrien Sénécat e qui su Le Monde.

Consiglio di seguire su Twitter Reportedly e il servizio antibufala francese Vérifié, dal quale segnalo queste immagini che circolano erroneamente riferite agli attentati di stanotte.

Questa foto viene presentata come un’immagine scattata al Bataclan poco prima degli attacchi ma risale al 2011:

E questa è invece una foto scattata dopo gli attacchi a Charlie Hebdo: non mostra Parigi stanotte.

2015/11/15


Il Giornale pubblica, a firma di Andrea Riva, la foto falsa di un “presunto kamikaze”, dicendo che la notizia proviene da Andrea Casadio del Fatto Quotidiano, che la pubblica qui, rilanciandola addirittura per mano del direttore Peter Gomez su Twitter. Il Fatto ha pubblicato un altro articolo che spiega che la foto è un falso, ma non ha messo finora alcuna rettifica nel proprio articolo precedente, per cui chi vede solo il primo articolo pubblicato non ha modo di sapere che la notizia è stata smentita.

Casadio si vanta di "esser riuscito ad ottenere la foto grazie a suoi contatti, francesi e inglesi, che hanno abbandonato il Vecchio Continente e che ora si trovano nello Stato islamico”. Una vanteria perlomeno fuori luogo, visto che la foto è un fotomontaggio e la persona ritratta indossa un dastar, ossia un turbante sikh, e si vede una presa elettrica tipicamente nordamericana. La voglia di scoop si è insomma abbinata all’ignoranza dei fatti e alla mancata verifica delle fonti.

Il Giornale ha pubblicato due righe di smentita a fine articolo, ma l'articolo continua ad avere il titolo acchiappaclic “Il presunto kamikaze di Parigi”. Lo screenshot qui sotto non include la marea di banner pubblicitari che circonda l’articolo-bufala.

La foto originale è questa, e la persona ritratta è un giornalista che non c’entra nulla con gli attentati, come segnala Grasswire Fact Check:

Complimenti a chi coinvolge gli innocenti semplicemente perché non ha voglia di imparare a usare gli strumenti di Internet per verificare le notizie prima di pubblicarle. Ringrazio Gabriele Persi per la segnalazione.
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Recensione: Nexus 5X, l’Android secondo Google

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Nota: ho acquistato il telefonino di tasca mia e non ricevo compensi da Google o altri sponsor commerciali per questa recensione.


Di recente ho scritto del problema della scarsa sicurezza di Android derivante dal fatto che per moltissimi telefonini i produttori non rilasciano aggiornamenti del sistema operativo e ho segnalato che una soluzione a questo problema è procurarsi un Nexus, il telefonino Android gestito e aggiornato direttamente da Google. Così ne ho comprato uno, un Nexus 5x, che è appena uscito, e lo sto mettendo alla prova. Queste sono le mie prime impressioni d’uso: i dettagli tecnici delle prestazioni e delle specifiche li lascio agli esperti.

Il telefonino, che ho ordinato online direttamente da Google a 499 franchi (circa 460 euro) e mi è arrivato a casa con il corriere due giorni fa, è leggero e sottile, ma un po’ grande per i miei gusti (e meno male che ho scelto il modello “piccolo” della famiglia Nexus); difficilmente sta nella tasca dei pantaloni senza rovinarli o rovinarsi. Mi sa che mi procurerò una “cornetta” Bluetooth e terrò il telefono prevalentemente nella borsa insieme al laptop.

Il connettore USB Type-C ha il pregio di essere reversibile (a differenza dei precedenti, non ha importanza come lo orientate) ma ha anche il difetto di richiedere un adattatore apposito per collegarsi alle porte USB normali (il cavo dell’alimentatore fornito nella confezione del Nexus 5x ha un connettore USB Type-C a entrambi i capi). Devo quindi portare con me almeno due alimentatori e cavetti: uno per tutti i dispositivi micro-USB e uno solo per il Nexus.

Nella confezione non è prevista la cuffia: non che sia un problema, visto che ne ho una collezione intera proveniente dagli altri telefonini e comunque so che molti utenti preferiscono procurarsene una separatamente.

Manca la possibilità di inserire una scheda micro-SD per espandere la memoria o per trasferire rapidamente grandi quantità di dati (foto o filmati), che è una delle caratteristiche che mi ha sempre fatto preferire i dispositivi Android rispetto agli iCosi: il Nexus 5x è disponibile in versioni da 16 e 32 giga, ma bisogna scegliere quella che si vuole al momento dell’acquisto.

Anche la batteria non è rimovibile: lo so, è una tendenza diffusa che snellisce i telefonini, ma rimpiango i tempi in cui potevo cambiare batteria al volo invece di dovermi portare un’ingombrante e inefficiente batteria esterna (che oltretutto nega quasi tutti i vantaggi di leggerezza e compattezza dell’integrazione della batteria).

La configurazione del telefono è molto semplice: dando i dati del mio account Google eredita app, posta e altre impostazioni. Il sensore d’impronta, situato sul retro del telefonino, funziona bene e mi permette di avere un PIN di sblocco d’emergenza bello lungo e poco sbirciabile.

Android 6.0 (Marshmallow) cambia molti dettagli dell’interfaccia e può risultare un po’ disorientante per chi arriva da versioni meno recenti (io ho usato finora un Samsung S3), ma ci si abitua in fretta, anche se bisogna Googlare per scoprire, per esempio, che l’accesso veloce alle impostazioni non è più una scrollata dal bordo superiore dello schermo ma è una doppia scrollata (oppure usando due dita, come mi è stato segnalato nei commenti).

Interessante la funzione che tiene attivi acceleromtro e giroscopio usando un coprocessore separato: quando prendo in mano il telefono, si illumina il suo display e mi mostra l’ora. Comodissimo per chi usa il cellulare come sveglia.

Il pregio principale di uno smartphone come questo è che non contiene fuffa. Non ci sono tutte le stupide e inutili app promozionali o “personalizzazioni” ficcate dai produttori o dai rivenditori, spesso impossibili da disinstallare e ficcanaso. C’è un Android liscio, pulito, veloce e senza orpelli, con aggiornamenti di sicurezza forniti prontamente e direttamente da Google (tant’è vero che mi sono arrivati subito gli aggiornamenti di novembre). Potrei prendere un telefonino di marca, rootarlo e installare una CyanogenMod, oppure prendere un Wileyfox con CyanogenMod preinstallata, ma ho poco tempo e il Wileyfox non ha il sensore d’impronta, che trovo discutibile per situazioni di elevata sicurezza ma è dannatamente pratico in condizioni normali.

Oggi è il battesimo del fuoco del mio Nexus 5x: sono in viaggio per Losanna per andare a sentire Buzz Aldrin e Alexei Leonov e questo articolo vi arriva grazie al tethering Bluetooth col quale ho collegato il mio laptop alla rete cellulare. Vi racconterò nei prossimi giorni com’è andata.


2015/12/16


Dopo un mese di utilizzo tutto sommato mi trovo bene; l'app della fotocamera si è piantata un po’ troppo spesso proprio quando volevo fare foto, ma i recenti aggiornamenti delle app sembrano aver risolto il problema.

Soprattutto funzionano gli aggiornamenti di sicurezza: poco fa è arrivata sul Nexus la notifica della disponibilità di Marshmallow versione 6.0.1. Questo aggiornamento è stato rilasciato da Google una settimana fa. Non male come tempi di distribuzione degli aggiornamenti.
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Storia crudele di un amore tradito in Rete

L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/11/25 8:05.

Di recente sono stato contattato da una persona che mi ha chiesto di condividere pubblicamente la sua storia, affinché altri possano essere avvisati di quanto sia subdolo e crudele il mondo degli incontri su Internet. Ho cambiato i nomi e alcuni dettagli per tutelare l’anonimato che mi è stato chiesto, ma la sostanza della storia è esattamente come me l’ha raccontata la protagonista. Ho raccontato questa vicenda anche nella puntata del 13 novembre del Disinformatico in onda sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, che potete scaricare e ascoltare in podcast.


L’incontro


Ethan e la figlia
A giugno di quest’anno Angelica (è uno pseudonimo), una persona che vive in Svizzera, viene contattata via Facebook, come capita spesso, da un altro utente in vena di conversazione online. Lui è Ethan (altro pseudonimo), sta in Inghilterra; con Angelica nasce un fitto scambio di messaggi in inglese, che spesso prosegue fino a notte fonda.

Lui man mano si racconta: è un uomo d'affari, un tipo religioso, ha una figlia molto giovane, Shirley, che sta con lui da quando ha divorziato dalla moglie che lo tradiva. Ethan ha pochi amici e a parte la figlia non ha familiari in vita (è cresciuto in orfanotrofio); fa un lavoro che lo impegna molto nel campo delle telecomunicazioni.

Man mano il rapporto via Facebook passa dalla semplice conversazione alla fiducia e all’amore. I messaggi di Ethan e Angelica sono centinaia, assidui e intensamente romantici, anche se la grammatica e la poetica forse non sono sublimi.
Lui propone a lei di raggiungerlo in Inghilterra, a Liverpool, per provare a iniziare una vita nuova con lui e con la bimba, ma senza fretta: fra un anno, dopo che il figlio di lei avrà finito la scuola. Prima, comunque, non sarebbe possibile, perché Ethan ha in forse un lavoro che lo potrebbe portare lontano per molto tempo.

I giorni passano, i messaggi proseguono a centinaia, e a un certo punto Ethan, euforico, annuncia ad Angelica che l’incarico per il quale era in gara gli è stato assegnato e che partirà presto per un periodo di lavoro in Nigeria insieme alla figlia. Resteranno comunque in contatto, rassicura Ethan: porterà un computer portatile con sé e chatteranno quando lui rientrerà in albergo. A fine incarico passerà a trovare Angelica di persona per conoscere lei e la sua famiglia.

Si parla già di una vacanza insieme, ad agosto, sul lago; lui ha già prenotato il volo, le manda i dettagli della prenotazione e le affida anche il proprio numero di telefono per potersi parlare. Si telefonano spesso, quasi tutti i giorni. Tutto va a gonfie vele, anche se Ethan non è molto contento del suo nuovo lavoro e soprattutto di dove lo sta svolgendo.


La richiesta di soccorso


Ethan, infatti, è frustrato: le sue cose sono arrivate, via mare, ma la dogana fa storie. Le sue carte di credito sono quasi inutilizzabili, perché appartengono ai normali circuiti internazionali e invece in Nigeria si usa la Verve Card ovunque. Angelica, amareggiata e sorpresa che Ethan sia alle prese con questi disagi, controlla via Internet e trova riscontri diffusi di tutti questi problemi.

Ethan ha con sé parecchi contanti, ma si trova a doverli spendere in fretta. Una grossa fetta se ne va per la dogana, e allora chiede aiuto ad Angelica. Lui ha già speso oltre 13.000 sterline; chiede ad Angelica se può prestargli le 1.500 che restano per lo sdoganamento, con la promessa di restituirle al suo arrivo in Svizzera. Angelica acconsente, un po’ a malincuore, mandando i soldi tramite Moneygram. Lui è imbarazzato, si vergogna e le chiede di non parlarne alla famiglia: ci tiene a non fare brutta figura. Paga il dovuto alla dogana e le sue masserizie vengono finalmente sdoganate. Siamo ai primi di agosto.

Ma l’odissea non è finita. Ethan deve spostare le proprie cose dal porto di Lagos a Benin City: trecento chilometri su camion. Chiede ad Angelica 4750 sterline, ma lei non ha a disposizione quel genere di cifra e quindi non lo può aiutare: quest’impotenza la fa star male fisicamente dallo stress per carenza di sonno e alimentazione. Lei gli propone di tornare in Inghilterra per prelevare del denaro, ma lui teme che gli portino via le sue cose. Così Ethan vende il proprio orologio di marca e guadagna qualche giorno.

Angelica, angosciata, riesce a racimolare la somma con l'aiuto degli amici e la invia a Ethan. Il problema di trasporto si risolve. Poi la mazzata: Ethan ha perso l’aereo con il quale doveva lasciare la Nigeria con la figlia, e ovviamente non ha modo di comperare un altro volo.

Lei gli dice di andare al consolato britannico a Lagos, ma non serve a nulla. Gli propone di andare a un’agenzia di viaggi per procurare un volo, e va meglio: ma due biglietti aerei all’ultimo momento costano 3000 sterline.

È fine agosto. Angelica riesce a mettere insieme i soldi, li manda a Ethan, ma l’ansia le sta costando la salute: perde tantissimo peso, i nervi sono a pezzi, prende tanti tranquillanti e non sa a chi rivolgersi. Ethan è sempre sereno e gentile con lei; le chiede del figlio, la invita a pregare Dio affinché i problemi si risolvano.


Il ricatto


Ai primi di settembre ad Angelica arriva un altro colpo: Ethan è stato bloccato in albergo con la figlia perché non è in grado di pagare il conto in sospeso. Ci sono 5800 sterline da saldare. Angelica crolla. Lo stress e forse una dose eccessiva di tranquillanti la portano a un incidente stradale. Rimane ricoverata tre settimane.

Una settimana dopo l’incidente, sua figlia viene a visitarla in clinica e le mostra un articolo che parla di una vicenda molto simile a quella che sta vivendo e la descrive inesorabilmente come una truffa. Razionalmente Angelica capisce di essere stata raggirata, ma il suo cuore non riesce a crederci. Tutti quei messaggi, quei mesi di corteggiamento, come è possibile che siano finti e che qualcuno perda così tanto tempo in una messinscena? Decide comunque di reagire e affronta Ethan. Lui nega tutto.

Angelica si documenta sulle truffe online, informa Ethan delle conseguenze di salute che lei ha subìto a causa del suo comportamento. Pochi giorni dopo Ethan torna a chiederle soldi, dicendo che lui e la figlia stanno morendo di fame perché in albergo non danno più loro da mangiare e gli è stato ritirato il passaporto per impedire ai due di partire.

All’inizio di ottobre Angelica scopre dettagli che non quadrano nella storia di Ethan, li contesta all’uomo e lo segnala a Facebook. Per tutta risposta, Ethan risponde che ucciderà la figlia e poi si suiciderà, e Angelica avrà le mani sporche del loro sangue. Le sue ultime parole sono “Non troverai mai più un uomo come me”.


Al peggio non c'è mai fine


In totale, Angelica ha inviato a “Ethan” circa 11.700 franchi (circa 10.800 euro). La sua denuncia al Ministero Pubblico di Lugano non offre alcuna speranza di individuare il colpevole o i colpevoli, perché Angelica ha usato servizi di trasferimento di denaro poco o per nulla tracciabili.

Lei si mette in contatto con un’associazione dedicata alla lotta ai crimini online, con la quale nasce una collaborazione. Ci si potrebbe aspettare che dopo aver preso così tanti soldi, i truffatori si fermino e lascino perdere, viste anche le condizioni di salute fragilissime della loro vittima. Invece Angelica viene contattata da un altro truffatore, che inizia subito a corteggiarla, esattamente come le avevano detto all’associazione anticrimine. Lei sta al gioco per avere informazioni.

Il canale è sempre lo stesso e il copione è molto simile: il truffatore arriva sempre tramite Facebook, dice che abita e lavora a Los Angeles, ha 55 anni ed è di origine polacca. Sua moglie è morta tre anni fa. Ha una figlia quattordicenne, che vive con la sorella della moglie. Lavora in campo petrolifero e si chiama Scot. Queste sono alcune delle sue foto pubbliche (probabilmente rubate da qualche parte). E inizia subito a dire ad Angelica che l’ama.

”Scot”

Ma Angelica stavolta passa al contrattacco: contatta una donna che ha cliccato su “Mi piace” a una foto del truffatore e scopre che “Scot” le ha promesso che la sposerà. Lo ha fatto proprio mentre diceva ad Angelica di amarla. Il truffatore ha detto all’altra donna di trovarsi in Australia, mentre ad Angelica ha detto che si trova a Los Angeles. Il piano è chiaro: il truffatore opera contemporaneamente su tante vittime ed è per questo che può permettersi di dedicare a ciascuna delle settimane o dei mesi.

C'è una filiera, una catena di montaggio, nella quale i criminali oltretutto si passano le vittime, totalmente incuranti delle cifre sottratte, dei sacrifici affrontati dalle loro vittime per trovare i soldi e degli effetti sulla psiche e la salute delle persone che ingannano così intimamente. E conoscono tanti trucchi: per esempio, l’altra donna spiega ad Angelica che s’è fidata perché “Scot” le ha inviato per posta un pacco contenente documenti importanti. Gli ha già inviato 1800 euro.


Epilogo


Ho controllato su Facebook: il profilo di “Scot” è ancora lì e continua a fare vittime, nonostante le segnalazioni. Angelica vuole reagire alla propria esperienza: vuole fare qualcosa per fermare questi truffatori, o almeno per informare meglio sulla loro esistenza e fare prevenzione. La sua storia, raccontata e condivisa, può servire a mettere in guardia altre persone che potrebbero finire nella medesima trappola perché hanno fiducia nel prossimo, non conoscono i meccanismi di Internet e non immaginano che si possa essere organizzati, pazienti e spietati manipolatori come lo sono questi criminali, capaci di costruire prove false per darsi credibilità.

Angelica ha un consiglio per chiunque si trovasse a vivere una situazione come la sua: non nascondersi, parlare di più di queste truffe e soprattutto non avere paura. Una persona sola, dice, non può fare tanto, ma tante persone insieme fanno la differenza. E ricorda che per chi non è mai stato coinvolto in una truffa del genere è troppo facile giudicare e criticare: bisogna viverla, spiega, perché per chi la vive in prima persona è una vera tragedia. A parte la perdita di denaro, quello che brucia di più è l’effetto psicologico. “Questi truffatori non hanno cuore e non ci pensano due volte a calpestare i sentimenti di altri”, mi dice Angelica, “e purtroppo sono cosi bravi a manipolarti che tu credi a quello che ti dicono.”

Ora Angelica sta proseguendo la collaborazione iniziata con un'associazione di lotta ai crimini online e alle truffe sentimentali costituita in Italia (con una diramazione anche in Canton Ticino) da una delle numerose vittime di questi criminali, e ci sono stati alcuni risultati di polizia, ma la prevenzione, attraverso l’informazione, resta l’approccio più efficace. Mettete in guardia le persone che conoscete, raccontate storie come quella di Angelica, perché tutti pensano di essere capaci di accorgersi di una truffa in corso, ma quasi sempre sottovalutano l’abilità dei truffatori e gli scherzi crudeli che può fare il cuore.

Per chi invece legge queste righe ho una raccomandazione: evitate di infierire con facili e inutili accuse di ingenuità. Verranno cestinate, perché sono le critiche di chi non ha vissuto l’esperienza ma pretende lo stesso di poter sentenziare. Provate anche voi a conoscere le vittime di queste truffe, e poi ne riparliamo. E non dimenticate che è proprio la paura del giudizio sferzante altrui a mantenere sommerso questo crimine.