John Young, astronauta lunare leggendario, ci ha lasciato









È arrivata poco fa la notizia della morte dell’astronauta John Watts Young, un uomo al quale persino l’etichetta di astronauta lunare stava stretta. Aveva 87 anni.

Al pilota e capitano della marina statunitense, nato a San Francisco ma cresciuto a Orlando, in Florida, volare una volta verso la Luna (Apollo 10) non bastò: ci andò due volte. E la seconda (Apollo 16, 1972) vi scese per camminarvi.




Ma camminare sulla Luna e viverci per tre giorni non gli bastò: sulla Luna guidò un’auto.


Poi, per non farsi mancare nulla, pilotò il primo volo dello Space Shuttle (STS-1, 1981): una missione di rischio assoluto su un velivolo sperimentale che non aveva mai volato prima nello spazio ed era il primo veicolo spaziale orbitale alato. E visto che gli era andato bene il primo volo Shuttle, ne fece anche un altro (STS-9) nel quale, per non farsi mancare nulla, atterrò con un incendio interno in coda.

Fu l’uomo dei voli doppi: due Apollo, due Shuttle e, a inizio carriera, due Gemini (la 3, la prima Gemini con equipaggio, e la 10, la prima missione della storia a effettuare un doppio rendez-vous con due veicoli distinti). Fu anche la prima persona al mondo a volare nello spazio sei volte e la prima a orbitare da sola intorno alla Luna (con Apollo 10, mentre i colleghi collaudavano il modulo lunare scendendo fino a pochi chilometri dalla superficie lunare).

Gli aneddoti sulla vita di John Young sono talmente tanti che rasentano l’improbabilità romanzesca. Durante la missione Gemini 3, nel 1965, portò a bordo di nascosto un vietatissimo tramezzino di carne e se lo mangiò in barba a tutte le norme della NASA, che non gradì affatto l’improvvisata. Ma Young era Young, e talenti del genere erano troppo rari, persino fra gli astronauti, per rinunciarvi.



Durante la sua escursione lunare, si fece fotografare dal collega Charlie Duke per il tradizionale saluto alla bandiera mentre saltava. Sulla Luna.





Young contribuì a salvare gli astronauti di Apollo 13 (faceva parte dell’equipaggio di riserva della missione), coordinando sulla Terra il lavoro per improvvisare un filtro per l’aria usando solo i materiali presenti nel veicolo spaziale.

Riassunse così le domande sulla paura degli astronauti nel 1981 per lo Shuttle: “Chiunque si sieda in cima al sistema a propellente idrogeno-ossigeno più grande del mondo, sapendo che stanno per accenderne il fondo, e non si preoccupa un pochino, non capisce pienamente la situazione.”

Era ammirato dai suoi colleghi (fra i tanti oltre ai già citati Terry Virts e Scott Kelly segnalo Chris Hadfield, Leland Melvin, Ron Garan, Rick Mastracchio, TJ Creamer, Nancy Currie-Gregg, Christopher Ferguson, Ellen Ochoa, Mike Fossum, Mark Kelly, Doug Wheelock, Mike Massimino, Samantha Cristoforetti) per la sua competenza ingegneristica, per la sua schiettezza (la sua critica della NASA dopo il disastro dello Shuttle Challenger fu implacabile), per la sua calma glaciale nelle condizioni più impegnative (90 pulsazioni al minuto durante il suo allunaggio; Neil Armstrong arrivò a 150) e per il suo senso dell’umorismo secco e tagliente (“La cosa più pericolosa che facciamo a Houston è andare al lavoro in auto ogni giorno”; “ha funzionato tutto, quella è stata la parte stupefacente... specialmente al rientro, quando non siamo morti tra le fiamme”).

Dopo le sue sei missioni, aveva continuato a lavorare per la NASA per due decenni, fino al 2004, smettendo almeno formalmente a 74 anni. Nel corso della sua carriera era diventato capo dell’Astronaut Office (dal 1974 al 1987) e aveva supervisionato il volo congiunto russo-americano Apollo-Soyuz, lo sviluppo dello Shuttle e le sue prime 25 missioni. Si era dedicato alla sicurezza degli astronauti ma anche alla salvaguardia dell’ambiente (“Se vuoi vedere una specie in pericolo, alzati e guardati allo specchio”; “La storia geologica della Terra è piuttosto chiara: dice, molto francamente, che le specie monoplanetarie non durano. In questo momento noi siamo una specie monoplanetaria. Dobbiamo rimediare”).

La sua biografia, Forever Young, è ricca di storie ed esperienze straordinarie e mette bene in evidenza il talento di Young non solo come pilota ma anche come ingegnere aerospaziale.

Negli ultimi anni si era ritirato a vita privata, dopo aver lasciato la NASA a 74 anni. La sua scomparsa riduce a cinque gli astronauti che hanno camminato sulla Luna e sono ancora tra noi.

Trovate un dettagliato ricordo di John Young su Collectspace.com (in inglese). La NASA lo ricorda con queste parole, con una collezione di foto memorabili e con questo video:






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Commenti
Commenti (13)
Sebbene sia triste per la morte del mio astronauta preferito, Mi fa tantissimo piacere che stia tornando l'interesse verso l'esplorazione spaziale anche in italia. Sarebbe interessante però sapere qualcosa in più sugli ultimi anni di vita di John Young, sembra quasi essere scomparso dai primi anni 2010...
Per aspera ad astra. Godspeed, commander Young !
Mattia,

la sua biografia è datata 2012. Da allora, che io sappia, non ha fatto apparizioni pubbliche. Ha chiesto che la sua vita restasse privata e mi sembra corretto rispettare questa sua richiesta.
Un'autentica leggenda... e le immagini della scorrazzata sulla luna, tutto sommato, sono piu' emozionanti di qualsiasi Star Wars passato, presente e futuro...
Cavolo, che vita splendida deve aver vissuto (almeno stando a quanto leggo qui)!
Un altro pezzo di storia che se ne va... Certo aveva una certa età, ma qualcosa mi rende ancora più triste, che purtroppo molto probabilmente nessun astronauta lunare vedrà mai più un'altra missione umana fuori dall'orbita terrestre come hanno fatto loro.
Paolo scusami per favore,

sai per caso se il suo libro è stato tradotto in italiano?
Temo di no dai siti che ho provato...
Anche a me il curriculum spaziale di Young aveva sempre impressionato moltissimo. Nessuna missione spaziale è mai "banale", ma sembrava che a lui assegnassero preferibilmente quelle più complesse: la prima missione americana nello spazio con due astronauti a bordo; una seconda missione Gemini con doppio rendez vous, record di apogeo in orbita e una EVA; le "prove generali" dello sbarco e poi una delle missioni lunari con più lunga permanenza sul suolo selenico; il primo volo dello Shuttle e poi quello con lo Space lab a bordo...e lo avevano già messo in "schedule" per un terzo volo con lo Shuttle, quello che avrebbe messo in orbita il telescopio Hubble (sarebbe stata la settima missione!), se non ci fosse stato il disastro del Challenger.
Max Slo,

che io sappia, la sua biografia non è mai stata tradotta in italiano.

Finora... :-)

Se c'è sufficiente interesse, potremmo chiedere i diritti e tradurla.
Il commento di Andrea B sarebbe già perfetto per la retrocopertina!
Tecnicamente il pilota del primo volo shuttle in orbita è stato Crippen. Young era "solo" il comandante.
Paolo sarebbe un progetto bellissimo, come ci si potrebbe organizzare per finanziarlo?
@andreag
Per quello che so io (Paolo mi corregga se sbaglio), visto che nessuno alla NASA vuole essere chiamato "copilota" sullo shuttle il pilota veniva designato come comandante, mentre il copilota era il designato come pilota.
La mia fonte è questa: https://www.youtube.com/watch?v=Jb4prVsXkZU